Il sito l’ha fatto il nipote: adesso chi lo comanda?

C’è una frase che si sente ripetere da sempre nelle piccole aziende, con piccole varianti, e che contiene più guai di un trattato di diritto commerciale: «il sito me l’ha fatto mio nipote». A volte è il nipote, a volte il figlio del socio, il cugino che lavora nell’informatica, un amico che aveva voglia di fare esperienza o un’agenzia che oggi ha un altro nome, o non esiste più. Dietro la frase c’è quasi sempre una storia simpatica, fatta di un favore, di un prezzo d’amicizia e di una persona di cui ci si fida. Quello che non c’è, quasi mai, è un foglio su cui sia scritto di chi è cosa.
Non voglio parlare male del nipote. Nella maggior parte dei casi ha lavorato bene e ha chiesto poco, il sito è lì, funziona, e magari porta anche clienti. Il problema è un altro e riguarda l’imprenditore, non il nipote: un favore non è un contratto, e le regole di un favore sono tutte implicite, cioè durano finché durano i rapporti e finché ciascuno si ricorda come stavano le cose. Poi il nipote cambia città, o lavoro, o semplicemente smette di rispondere ai messaggi di un cliente che non è più divertente, e le regole non scritte vengono a mancare nel momento esatto in cui servirebbero.
Per capire cosa può andare storto bisogna prima mettere ordine in una parola, «sito», che nella testa di tutti è una cosa sola e in realtà ne contiene tre. C’è il nome, cioè il dominio: nomeazienda.it. C’è il posto in cui il sito abita, l’hosting, che è un computer sempre acceso da qualche parte e che si paga a parte. E c’è il sito vero e proprio, le pagine, i testi, le fotografie, con il pannello che serve a cambiarli. Ognuna di queste tre cose può avere un intestatario diverso, ed è abbastanza normale che ce l’abbia: il sito è dell’azienda, l’hosting lo paga l’agenzia, il dominio l’ha registrato il nipote con la sua carta di credito perché «costava due soldi e si faceva prima».

Delle tre, la più importante è quella che sembra meno importante, ed è il nome. Un dominio somiglia a un numero di telefono: puoi cambiare apparecchio, puoi cambiare gestore, ma il numero resta legato a chi l’ha richiesto, e se quel qualcuno sparisce il numero se ne va con lui. In più, dal dominio non dipende soltanto il sito. Dipendono gli indirizzi di posta, info@ e commerciale@ e tutte le caselle con il nome dell’azienda dopo la chiocciola, e dipende il modo in cui chi ti cerca ti trova. Perdere il dominio vuol dire sparire dal web e, nello stesso istante, smettere di ricevere la posta.
Chi decide, nel mondo dei domini, è l’intestatario. Non chi ha pagato, non chi ha scritto i testi e nemmeno chi ci mette la faccia: chi risulta nei registri. I nomi che finiscono in .it sono gestiti da un registro centrale, il Registro .it, e si registrano attraverso fornitori accreditati, ma la sostanza non cambia. L’intestatario può rinnovare, cedere, spostare il dominio presso un altro fornitore, e per spostarlo gli serve un codice che per i .it si chiama authinfo, una specie di password del dominio che il fornitore attuale deve rilasciargli. Gli altri sono ospiti, anche quando il sito è il biglietto da visita dell’azienda e l’hanno pagato loro.
A questo si aggiunge la scadenza, che è il guaio più banale e il più frequente. Il dominio si rinnova, di solito una volta l’anno, e gli avvisi partono verso l’indirizzo di contatto inserito il giorno della registrazione. Se quell’indirizzo è la vecchia casella del nipote, o di un’agenzia che ha chiuso, l’avviso arriva a una persona che non guarda più quella posta, e nessuno lo vede. Quando il dominio scade smettono di funzionare sito e posta. C’è un breve periodo di tolleranza, poi uno di recupero, più costoso e più macchinoso, e alla fine il nome torna libero e chiunque può registrarlo. Non è una favola per spaventare: succede, e a quel punto l’indirizzo della tua azienda può finire in mano a un altro.
Viene da chiedersi perché gli imprenditori, gente che non lascerebbe mai l’intestazione del capannone al nipote che ha fatto l’impianto elettrico, siano così disinvolti con il dominio. La risposta più probabile è che il capannone si vede e il dominio no. Le cose che non si vedono si sottovalutano finché non mancano: una stringa di lettere sembra uno scherzo accanto a un immobile, e invece da quella stringa passano ormai le vendite, la posta, la reputazione. Delegare è giusto e inevitabile, nessuno può fare tutto. L’errore è delegare le chiavi insieme al lavoro. Il nipote può costruire il sito, può amministrarlo, può tenerlo in ordine per anni. È l’intestazione che dovrebbe stare dall’altra parte.
Scoprire come stanno le cose è meno difficile di quanto si pensi, e non richiede competenze particolari. Si comincia dalla posta aziendale, cercando parole come «dominio», «rinnovo», «scadenza» e «hosting»: i messaggi che trovi dicono chi manda gli avvisi, a quale indirizzo, e spesso anche quale fornitore gestisce il dominio. Poi si guardano le fatture, perché una fattura intestata all’azienda è un buon segno e la carta di credito personale di qualcun altro no. Per i .it esiste lo strumento di ricerca pubblico del Registro .it, dove per le società di solito compare il nome dell’intestatario, mentre per le persone fisiche i dati sono nascosti e bisogna chiederli a chi gestisce il dominio. Infine si chiede chi ha le credenziali del pannello del sito e a quale indirizzo email sono legate, perché ogni recupero di password passa da lì. Alla fine basta una pagina su cui scrivere cosa è di chi, e quella pagina, da sola, vale più di molte conversazioni.
Se scopri che il dominio è intestato a un altro, evita il tono da ufficio legale. Riportarlo sotto il nome dell’azienda si può fare, con una procedura che si chiama cambio di intestatario e che gestisce il fornitore presso cui è registrato, e in genere si risolve con una telefonata e un po’ di garbo, perché chi risulta intestatario spesso non ci pensa più e se ne libera volentieri. Chiedilo per iscritto, spiega il motivo, ringrazia. Se invece l’intestatario non vuole collaborare, il problema cambia natura e non è più tecnico: a quel punto serve qualcuno che di contratti se ne intenda più di me.
Patti chiari, amicizia lunga, dicevano i nostri nonni, e a me pare che valga anche per i domini. Mettere il sito a nome dell’azienda non toglie niente al nipote, che può continuare a occuparsene come utente autorizzato, ed evita il giorno in cui un rapporto nato da un favore finisce per un’incomprensione o per una scadenza dimenticata. È una mezz’ora di lavoro e una telefonata, e basta farla una volta.




